
Patrizia
Bassetta, faccia rotonda e simpatica, capelli a caschetto. Nasetto. Occhi grandi, roteanti dietro immancabili occhiali, tirati su di continuo con un colpetto dell’indice (calavano per via del nasetto).
Discorsività continua e autodiscorsività, condotta spesso in tono derisorio (e autoderisorio) con immancabile calata veneziana. Dar del “ciccin” a chiunque, specie se importante o ingombrante, e apostrofando con battute piccanti, tanto da meritare sul campo il nomignolo di Piperita Patty. Una timidezza ciarliera e aggressiva che metteva simpatia, ma che si esprimeva solo dopo attente osservazioni (rigorosamente in tralice).
Una cultura del progetto vastissima e appassionata, anche se attraversata in modo un po’ caotico (più o meno come usava con tutto, del resto). Odiava il progetto esecutivo, compito che lasciava volentieri a noi più giovani. La sua passione era il disegno d’impostazione del progetto; ma non la scala urbanistica, quanto le scale fra il 500 e il 200, con dei disegni che lei stessa trattava e usava definire ricamino o merletto, per la densità dei segni e la policromia dei colori a pastello.
Quando il ragionamento si faceva serio, e toccava le scelte progettuali, il tono di voce si affievoliva sino a diventare quasi impercettibile, e l’intercalare infilava degli “insomma” conditi di puntini di sospensione. Salvo poi, a scelte fatte e condivise, a tornare su col tono di voce, e incoraggiarsi con un “Ben”.
Conoscemmo Patrizia quando cominciò a lavorare a studio di Pietro Barucci, dapprima saltuariamente dalla metà degli anni ’70 e poi in modo continuativo dall’inizio degli anni ’80. Laurentino, Torrevecchia, l’appalto concorso per Val Melaina, l’appalto concorso per Seriate, Torbellamonaca, la ricostruzione a Napoli e i recuperi di Barra e Pazzigno, Quartaccio, La Mistica, … tanti progetti dello studio hanno visto il suo apporto, a volte decisivo. Un impegno che poi proseguì a Studio Passarelli dalla metà degli anni ‘90.
Pietro aveva per lei un affetto profondo, che gli consentiva di tollerarne la scontrosa umoralità; anzi, il suo ingombrante ego trovava il modo di giovarsi delle sferzanti critiche di lei, che sapeva essere più espressioni caratteriali che giudizi etici, e di mitigare così certe autoreferenzialità, del resto inevitabili nella vita di un progettista di successo.
Patrizia ci ha lasciato, così come ci ha lasciato il tempo della eroicità del progetto e della sua missione sociale, a cui lei credeva fermamente, e che tanta pena gli dette man mano che ne vide sfumare la presa, così nelle amministrazioni pubbliche come nella mentalità dei giovani progettisti. Se il progetto è strumento essenziale per indagare e descrivere il senso del tempo in cui si sviluppa, mai il progetto è cambiato così tanto in così poco tempo: gli ultimi quarant’anni sono come un’era geologica. Se il Novecento è davvero finito, un presente distopico mette oggi in questione certezze e orientamenti dell’intera modernità. Una distopia così forte, che nella sua brutalità forse è riuscita in qualche modo anche a dare pace alle angustie dell’etica progettuale di Patrizia, e di noi che con lei imparammo a condividerla.
Simone Ombuen 7.7.2026















































































































































































































































































































































































